Intervista a Pasquale Capotosto

Grazie al romanzo di Valentina Piazza, Il canto degli abissi, (link acquisto Amazon) abbiamo scoperto la natura selvaggia dell’isola di Eilean Mor e la leggenda legata al suo faro. Ma cosa sappiamo dei marinai? Come vivevano e quanto tempo restava lontani dalle loro case? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato per voi un ufficiale di marina, Pasquale Capotosto, che ci racconterà la sua esperienza nel lontano mare del nord e di come si concilia lavoro-casa-famiglia. Ma soprattutto gli abbiamo chiesto cosa attrae gli uomini al mare…

Intervista a Pasquale Capotosto

Ciao Pasquale, innanzitutto spiegaci in cosa consiste il tuo lavoro, il grado cui appartieni, com’è organizzato, quando è iniziato, per quanto tempo resti lontano da casa…

Pasquale Capotosto, nato a Formia (Latina), il 9 maggio 1975, diplomato nel 1994 presso l’Istituto tecnico nautico di Gaeta.

Nel 1998 una telefonata mi arrivò a casa: un amico, imbarcato su delle chimichiere (navi adibite al trasporto chimico) mi disse che a bordo erano rimasti senza mozzo (la figura dedicata alle pulizie a bordo); accettai subito e fui contattato dalla compagnia, e nell’arco di due giorni, mi ritrovai all’aeroporto internazionale di Fiumicino diretto a Daghenam. Arrivato a bordo mi furono spiegate quelle che sarebbero state le mie mansioni e iniziai nel pomeriggio. A sera, invece di andare a riposare, andavo sul ponte comando, lì c’era quel mio amico che mi aveva chiamato; iniziavo così a fare un po’ di pratica su quello che poi sarebbe stato il mio futuro.

Oggi sono ufficiale e con l’onore di avere avuto il battesimo in una delle zone più difficili da affrontare, e in uno dei periodi più pesanti, mari del nord, in inverno… ed era tosta per quella tipologia di nave: 3000 tonnellate di stazza lorda. Ogni tanto, vedevo le onde del mare passare da un lato all’altro, la nave completamente ricoperta di ghiaccio, eh, sì, le bassissime temperature ghiacciavano gli spruzzi di mare. Fino al 2003 navigai su quelle navi; a volte alternandomi agli imbarchi nel Mediterraneo. Dal 2003 a 2006, cambiai società e mi imbarcai su una nave che faceva trasporto di asfalto liquido tenuto ad altissima temperatura, ma le logiche aziendali, per risparmiare sui costi degli italiani, decisero di sostituire tutti noi con personale straniero.

Siamo nel 2006: mi sarei dovuto trovare su un’altra compagnia, ma una persona di Gaeta mi accennò ai Suply Vessel, una particolare tipologia di nave adibito al supporto delle piattaforme petrolifere durante le operazioni di perforazioni, e mi diede l’indirizzo di questa società dove inviai subito il curriculum.

Iniziai in Egitto, poi Ravenna, per essere infine dislocato in Libia. Correva l’anno 2008. Della Libia, ciò che mi è rimasto di più (per un semplice motivo e cioè perché noi ci scontravamo allora con quello che è diventato oggi un fenomeno molto discusso e che ci divide) è stato osservare il fenomeno l’immigrazione; spesso queste barche piene di persone transitavano nelle zone delle piattaforme, e il pericolo che si potessero infilare sotto di esse era altissimo. Per avviare la procedura di recupero, si usava la tecnica del pifferaio magico ovvero si rallentava, si facevamo avvicinare e poi si iniziava il recupero; da lì, poi, li si portava subito a Tripoli. Tutto questo si fermò grazie all’accordo tra Berlusconi e Gheddafi. Abbiamo quindi trascorso qualche anno di serenità sul campo, ma era la serenità che preannuncia la tempesta. In un bel momento, il mondo, si svegliò sotto una ventata fittizia di libertà, nasceva la primavera araba in Egitto, Tunisia, Libia. E io ero lì, entravo e uscivo dal porto di Tripoli, sempre per portare il materiale e il personale diretto alle piattaforme, mentre da Bengasi, ormai, la rivoluzione era arrivata fino a noi, e per Gheddafi era arrivata quasi la fine.

Una delle nostre navi fu tenuta in ostaggio mentre terminavamo l’evacuazione delle installazioni per dirigerci a Malta.

La passione per la fotografia com’è nata? Che soggetti preferisci fotografare e perché?

La passione per la fotografia l’ho sempre avuta, diciamo che è venuta fuori, quando mio zio mi regalò una piccola compatta con pellicola. La tenevo sempre con me, però a causa dei prezzi di stampa, non potevo scattare come ora. Poi mi fu regalata una Nikon F55 con 30 rullini da 36 fotografie, solo dopo passai alla reflex. A quel tempo avevano preso piede quei macchinari che in un’ora stampavano le fotografie, ma fu una delusione totale, non riuscivo a capire se il risultato scadente fosse una mia colpa o di quelle macchine da sviluppo. Per anni non feci più uno scatto, poi acquistai la mia prima reflex digitale Canon EOS 1000 d. Ora mi sto concentrando molto nella ritrattistica: Glamour, moda… Per quanto riguarda la fotografia notturna e paesaggistica, è una passione che condivido con un mio amico, con il quale ci conosciamo da trent’anni (Nicola Fustolo). Si parte la sera dopo cena, e via, a catturare i lati notturni delle città (Gaeta). Poi la savana, la Cina, la Tunisia, per catturare la vita così come mi si mostra. Grazie ai social network, un po’ per condividere, un po’ per migliorare, inizio a conoscere altre persone del settore, tra cui il maestro Paolo Tallarigo, anche lui appassionato di mare. Sviluppo ogni immagine su piani e direzioni diverse, perché una fotografia deve raccontare…

“Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano, a volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” Hemingway. Cosa ne pensi di questa frase, anche tu, a volte, parli male del mare? Cosa c’è di diverso sul volto di chi lo guarda e vede la propria casa?

Ora, io del mare non ne parlo male, ovvio, ma per comprenderne la visione completa, occorrerebbe conoscere la realtà della marina mercantile italiana. Un vanto, in passato, ma morente oggi. Le logiche del mercato hanno trasformato questo mondo in modo radicale, in meglio per certi aspetti, in peggio per altri. Per noi di questo settore (parlo attualmente almeno per il 70% di noi) il mare è sinonimo di lontananza dalla famiglia e di sacrifici. Le soste in porto che caratterizzavano il nostro mondo, si sono diradate. Però, rispetto a chi vive e lavora a terra, abbiamo dei buoni vantaggi, spesso si permane a bordo mescolati a sei o sette nazionalità diverse, provenienti da qualsiasi parte del globo e, dove prima non c’era nulla, ora ci sono piattaforme petrolifere. Senti di far parte di un team molto grande e questo ti motiva. Il romanzo di Ernest Hemingway, non l’ho letto ma, quando feci la fotografia al nostromo, mi venne in mente quella frase. Il volto di tutti noi è segnato dal bacio del mare: dolce e salato. Guarda queste foto, non potrei parlare male del mare…

Il volto di tutti noi è segnato dal bacio del mare: dolce e salato. Guarda queste foto, non potrei parlare male del mare… Questa frase è poesia. Perché l’uomo è attratto o affascinato da esso?

Non parlerei di attrazione. In tanti anni che faccio questo lavoro, di persone veramente votate al mare ne ho viste ben poche. C’è un ritorno al mare per un motivo molto semplice: la necessità di lavorare infatti, la stragrande maggioranza dei marittimi italiani, proviene dal meridione. Ma parlo sempre per esperienza personale, ovvio… Vorrei anche aggiungere una cosa: le nostre mogli meriterebbero una medaglia al valor civile! Durante tutti i mesi di assenza la responsabilità della famiglia ricade sulle loro spalle e, in tempi come quelli di oggi, sono esempi… Ricoprire il ruolo di doppio genitore è davvero difficile e impegnativo.

Nel nostro romanzo si fa riferimento al mare del Nord. Tu che ci sei stato, che descrivi la forza degli elementi con dovizia di dettagli, cosa trovi di sorprendente in certi luoghi? Come ti rapporti con l’oceano?

E comunque, quando il turno finisce e le condizioni meteo lo permettono, ti metti da una parte e ti lasci andare. Allora i pensieri volano alle persone che ami… La fotografia dove si intravede IT è simbolica, un modo per dire: le paure vengono fuori, ma devi affrontarle.

Ci racconti qualche storia, comune alla vita per mare? Come nei secoli trascorsi, leggende e favole prendono vita al largo, si narra di essere affascinanti e pericolosi. Il mito si fonde con la realtà e da esso prende forma. È ancora così? O sarebbe bello se lo fosse?

A questa domanda purtroppo non posso rispondere, se non con l’aforisma del comandante, anzi, il comandante Todaro: le stelle brillano soltanto in notte oscura. 

Se vorrete ammirare le fotografie di Pasquale Capotosto lo troverete su facebook, YoTube e instagram.

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